PANE E ROSE
Seguendo il filo che attualmente ronza su questo blog, vi consiglio oggi un film che ha a che fare con la sete di libertà e di dignità che ciascuno di noi sente (o, quantomeno, dovrebbe sentire), qualsiasi sia la sua situazione sociale, politica e lavorativa. “Pane e rose” è una delle opere più famose del contestatissimo e scomodissimo regista inglese Ken Loach, girata nel 2000 grazie all’apporto di Gran Bretagna, Spagna, Francia, Germania e Svizzera. Tra gli interpreti si troveranno attori che più tardi hanno raggiunto la palma del successo (e magari dell’Oscar...), come Adrien Brody (il sofferentissimo protagonista de “Il pianista” di Polanski) e Benicio Del Toro (da ricordare la sua parte in “Traffic” di Sodenberg).Già splendido è il titolo, che richiama uno slogan sindacale del 1912, ma che attualissimo, soprattutto nel background in cui si immagina svolta la vicenda, cioè gli Stati Uniti, il sogno americano degli immigrati clandestini messicani, sottopagati, sfruttati e spesso espulsi. Il pane del titolo sta a simboleggiare una paga giusta, che assicuri la sopravvivenza, mentre le rose sono la dignità che ognuno ha il diritto di richiede dal prossimo, ed anche quelle piccole gioie quotidiane che rendono la vita degna di essere vissuta.
Seguiamo così la vicenda di Maya (Pilar Padilla), che entra clandestinamente negli U.S.A. dal Messico per raggiungere la sorella a Los Angeles, per scoprire che il cognato, ammalatosi di diabete, ha perso lavoro e copertura assicurativa, mentre lei sarà costretta a lavorare in un’impresa di pulizie che paga una miseria gli operai perchè rendano splendente un palazzo in cui lavorano gli avvocati delle star cinematografiche. Ci troviamo perciò catapultati nel mondo di Maya, fatto del disagio e della disperazione della working class, ma anche della luce di speranza rappresentata da Sam (Brody), sindacalista anarchico, che con il suo movimento “Justice for Janitors” mirerà prima di tutto a mettere in imbarazzo, durante occasioni pubbliche, i ricchi proprietari per spingerli ad offrire contratti migliori. Il finale è, in generale, un happy end, nel senso che i lavoratori, per una volta vincono, ma l’amaro resta nella bocca dello spettatore, in quanto Maya, che ha rubato la somma necessaria per far andare all’università un amico immigrato, verrà espulsa dagli Stati Uniti.
L’obiettivo dell’insegnante dovrebbe essere quello di far sorgere negli studenti la seguente domanda paradossale: perchè le multinazionali del paese più ricco del mondo devono fare ulteriori profitti sui magri salari degli immigrati costretti ai lavori più umili? Naturalmente lo scopo non deve essere un antiamericanismo di principio, ma una riflessione sulle condizioni di vita di milioni (miliardi) di persone nel mondo, che sostengono realmente il nostro tenore di vita e la nostra ricchezza. L’ambientazione negli U.S.A. è paradigmatica e simbolica, se consideriamo, inoltre, che questo è il primo film di Loach in terra americana.
Il dibattito a conclusione o a contorno del film è d’obbligo e assicurato, e consigliata è anche la visione di un ciclo di film sull’argomento, magari accompagnati da qualche interessante lettura a tema. Devo dire, per esempio, che il contrasto tra ricchi e famosi e beneficenza di facciata mi ha ricordato l’inizio del film “Amore senza confini”, un’opera che, sotto certi punti di vista sconsiglio, ma che ha alcuni spunti molto interessanti.



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